Titolo

News

Leggi tutte le ultime novità

 
Coopera - Eventi
24/03/2021
Cosa resta del genocidio in Ruanda 27 anni dopo
Lo scopo delle “Giornate mondiali” sarebbe quello di ricordare, sensibilizzare, celebrare o portare all’attenzione delle persone temi di particolare importanza o momenti della storia da tenere a monito per non commettere gli stessi errori. 

Festeggiamo le donne, la biodiversità, l’acqua e le persone speciali (il 2 aprile è la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo), ma facciamo molta fatica quando le cose e gli eventi sembrano lontani da noi. 

È il caso del genocidio dei Tutsi avvenuto 27 anni fa in Ruanda tra lo sbigottimento generale e di cui il 7 aprile cade la Giornata mondiale istituita dalle Nazioni Unite per ricordarne l’inizio nell’aprile del 1994. Il mondo era un altro, non c’erano i social ad amplificare l’orrore, ma chi ha vissuto quei giorni ricorda ancora la violenza feroce delle cronache quotidiane e l’immobilismo delle Nazioni Unite che, come si scoprì dopo, non vollero prendere l’iniziativa anche dopo che i primi allarmi erano stati lanciati mesi prima. Basti pensare che dopo l’assassinio del presidente ruandese (Juvénal Habyarimana di etnia Hutu) il 6 aprile, il contingente dei caschi blu presente sul posto venne ridotto. 

Il risultato fu il massacro di circa un milione di persone di etnia Tutsi, il dimezzamento della popolazione totale del Ruanda e due milioni di profughi in fuga disperata verso Tanzania e Zaire. Oggi, a 27 anni di distanza, sono ancora troppe le ombre mentre di guerriglieri ruandesi si parla anche a proposito dell’omicidio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio.

Perché ricordare è importante 

Gli eventi del 1994 furono un banco di prova per la comunità internazionale ma continuano ad essere un monito per tutti coloro che concepiscono la storia a compartimenti stagni. Quello che la Giornata del ricordo del 7 aprile dovrebbe rappresentare, invece, è un invito ad acquisire visione globale e a interrogarsi sulle responsabilità storiche di tragedie come quella che sterminarono i Tutsi. 

Prima del 1994, il Ruanda, nonostante l’estensione geografica paragonabile a quella della Sicilia, era stato il terzo importatore di armi in tutta l’Africa mentre la miseria e le tensioni si diffondevano ovunque. 

La Giornata mondiale potrebbe anche insegnarci a chiamare le cose con il loro nome: il rifiuto di adottare da subito il termine “genocidio” impedì di fatto la mobilitazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU che altrimenti sarebbe stato costretto a intervenire secondo quanto previsto dal diritto internazionale.  

Insomma, unire i puntini, informarsi e ricordare serve a attribuire le responsabilità.
La cattiva memoria, invece, porta sempre fuori strada e ha sempre un prezzo alto.